Costituire una Società Estera: perché, cosa evitare e quale formula scegliere

Perché costituire una società estera?

Chi fa impresa ha il diritto di scegliere luogo e modalità della propria offerta e alcuni Paesi offrono opportunità migliori, sia in termini di servizi ai cittadini e alle imprese che in termini di tassazione e oneri burocratici.
I motivi principali che portano un cittadino di un Paese a costituire una società in un altro Paese sono:

• la ricerca di un ecosistema lavorativo meglio organizzato: meno burocrazia, meno adempimenti, maggiore trasparenza, più opportunità di relazioni con il mercato, più dinamismo;
• il risparmio fiscale: questa è forse l'argomentazione principale che usano diversi Paesi per attirare le imprese, spesso insieme alla garanzia di semplificazione. Non tutti gli Stati infatti hanno una gestione ottimale del gettito fiscale, e quelli meno capaci compensano l'inefficienza con una pressione fiscale più elevata, provocando così una fuga di imprese e risorse verso altri Paesi più interessanti;
• asset protection: in alcuni casi è necessario intestare i propri beni o trasferire la propria clientela e il proprio ciclo produttivo a una società estera, mascherandone la proprietà con l'uso di fiduciari. Si tratta di manovre difensive, spesso motivate da incertezza e sfiducia verso il sistema giuridico del Paese di origine. E' anche il caso di alcuni imprenditori che - a causa di passate operazioni fallimentari - non hanno più modo di operare in modo manifesto nel proprio Paese.

Costituire una società estera è un reato?

Costituire una società estera non è un reato: come abbiamo già detto, siamo tutti liberi di decidere dove operare e con quali modalità, nel rispetto delle regole del Paese nel quale andremo a operare.
Può diventare un reato, quindi perseguibile, se invece siamo di fronte a un'operazione fittizia che ha il solo obiettivo di pagare meno tasse nel proprio paese. Quindi il reato non sta nel "cosa" ma nel "come".

"Con esterovestizione si intende la fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale di una società che, al contrario, ha di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia." (Wikipedia)

Al contrario, se la "stabile organizzazione" è realmente all'estero, l'attività viene svolta all'estero o comunque non in Italia (sono due cose diverse, anche se apparentemente uguali), le decisioni importanti per la gestione dell'impresa vengono prese all'estero, allora il rischio di essere accusati di esterovestizione scompare.

E' utile segnalare il parere della Suprema Corte in merito, in un recente sentenza nella quale "<em>... la Cassazione, orientandosi conformemente ai principi espressi dalla giurisprudenza comunitaria, ha riconosciuto che qualora il contribuente sia messo nelle condizioni di poter scegliere tra due operazioni, non è obbligato a scegliere quella che gli comporti un maggior carico fiscale ma, al contrario, ha il diritto di scegliere la forma di conduzione dei propri affari che gli consenta di “alleggerire” il proprio onere contributivo. Quest’ultimo è proprio l’obiettivo fondante della libertà di stabilimento che consente a qualsiasi cittadino dell’Unione Europea di creare uno stabilimento in un altro Stato membro per potervi quivi esercitare un’attività economica. Pertanto, il fatto che la costituzione sia avvenuta al solo scopo di poter usufruire del trattamento fiscale più vantaggioso non costituisce ex se un’ipotesi di abuso</em>" (Diritto.it)

Quali errori evitare nella costituzione di una società estera?

Ci sono alcune cose da fare assolutamente e altre da evitare nella costituzione di una società estera, per non incorrere nell'ipotesi di esterovestizione.
Se i soci di una società estera sono italiani residenti in Italia, l'amministratore è italiano e residente a sua volta in Italia, il sito web è proprietà di un italiano sempre residente in Italia, la server farm è in Italia, i clienti sono solo imprese italiane (o peggio, c'è un solo cliente, un'impresa italiana), l'estratto conto bancario viene consegnato a un indirizzo italiano ... di estero rimane solo il nome e l'indirizzo.

Questi sono solo alcuni degli errori più comuni commessi da chi intende solo cogliere i benefici fiscali di altri Paesi.

La "libertà di stabilimento" riportata dalla Cassazione consente appunto di fondare il proprio stabilimento dove si vuole, però va fatto sul serio, non per finta.

Certo, è innegabile che si può aggirare questo problema ricorrendo all'uso di fiduciari, cosa che avviene comunemente nei casi di asset protection, e si può rimediare con un po' di attenzione anche agli altri aspetti.

Ricordiamoci però che una fiscalità più vantaggiosa è solo uno degli aspetti da valutare nella scelta di costituire una società estera e non deve essere l'unico: anche un ambiente produttivo più dinamico può rappresentare un vantaggio importante e - se gli affari vanno bene - molto spesso si riduce o decade del tutto la necessità di far sopravvivere l'attività semplicemente pagando meno tasse.

Infine, i trattati contro la doppia imposizione che esistono tra i vari Paesi possono offrire opportunità interessanti per contenere l'incidenza fiscale: per esempio, nel caso della Convenzione Italia USA, al verificarsi di determinate condizioni è prevista una ritenuta ridotta sui dividendi (del 5% invece che del 30%), per arrivare in alcune circostanze anche alla non applicazione di alcuna ritenuta.

Inoltre l'articolo 16 della Convenzione Italia USA (ma in realtà di tutte le Convenzioni, si tratta di un modello OCSE) stabilisce che un amministratore italiano di una società USA dovrà pagare le imposte negli USA (e viceversa), e questo in virtù del principio generale che le imposte si pagano nel Paese in cui il reddito è prodotto.

Quali sono i Paesi da evitare assolutamente nella costituzione di una società estera?

Esiste una Black List, una Lista Nera dei Paradisi Fiscali definita dall'Unione Europea, che è l'elenco dei Paesi con una tassazione particolarmente bassa e che non hanno aderito al sistema di scambio dei dati fiscali con gli altri Paesi.

Fino a qualche anno fa c'era l'obbligo di comunicazione all'Agenzia delle Entrate delle operazioni con i Paesi della Black List: in pratica, ricevendo una fattura da una società di uno di questi Paesi si aveva l'obbligo di comunicarlo all'Agenzia delle Entrate.

Nel 2017 quest'obbligo è stato abolito, ma questo non significa che ora si possano ricevere con serenità fatture da società dei Paesi della Black List, tutt'altro.
L'elenco ogni tanto viene rivisto, il 18 febbraio 2020 il Consiglio UE ha inserito altri 4 Paesi portando l'elenco a 12:

- Figi
- Guam
- Isole Cayman
- Isole Vergini degli Stati Uniti
- Oman
- Palau
- Panama
- Samoa
- Samoa Americane
- Seychelles
- Trinidad e Tobago
- Vanuatu

Quali sono le conseguenze nel ricevere una fattura da una società di uno di questi Paesi? Semplice: il costo non viene riconosciuto e quindi l'importo pagato viene ripreso a tassazione.

Quali sono i Paesi migliori per costituire una società estera?

La risposta più semplice potrebbe essere "quelli dove si pagano meno tasse", ma sarebbe una risposta poco intelligente: le tasse sono certamente un aspetto importante ma rappresentano solo uno degli elementi per una corretta valutazione.
E' necessario anzitutto valutare il tipo di attività che si intende realizzare, e già questo potrebbe restringere la scelta.

Per esempio, se l'attività riguarda le cryptovalute, le British Virgin Islands sono uno dei Paesi migliori per questo tipo di attività, visto che hanno adottato una normativa al momento particolarmente vantaggiosa, oltre ad avere un regime fiscale molto interessante (non a caso Genesis Mining, una delle principali società che opera nei mining, ha sede a BVI).

Il Regno Unito è perfetto per le attività finanziarie come la vendita al pubblico di derivati, attività che prevede il rilascio di apposita licenza: infatti una licenza base della FCA - la Financial Conduct Authority - costa circa 1.500 pound all'anno, ma vi serviranno anche 7 mila pound per il consulente autorizzato che vi seguirà nella predisposizione della pratica. Sempre meno di quanto andreste a spendere in qualsiasi altro Paese. E lavorano con licenza FCA società del calibro di PayPal. Se poi consideriamo che la tassazione per le società in UK è del 19%, la burocrazia è ridotta la minimo, le incombenze a carico delle imprese sono poche, un commercialista costa il giusto (meno di un collega italiano, ma solo perché deve sobbarcarsi di meno oneri) ecco che UK diventa un Paese estremamente interessante.

L'Estonia è un Paese che offre molto alle imprese, sia in termini di semplificazione che di infrastrutture, sempre con un regime fiscale molto interessante.

Poi bisogna considerare gli aspetti di mercato: i vostri clienti dove stanno? Se stanno in Europa, sarà bene dialogare con loro da un Paese non sgradito, bene organizzato e con un rischio geo-politico basso o inesistente: per esempio UK, ma in alcuni casi potrebbe andar bene Madeira, il Portogallo, Cipro, forse Malta.

Avrete bisogno di dipendenti? Il costo del lavoro è molto diverso da Paese a Paese: l'Irlanda per esempio ha una tassazione per le società molto bassa, ma gli oneri sociali sono elevatissimi, frutto della scelta di quel Paese di attrarre imprese straniere offrendo un trattamento fiscale molto accattivante in cambio del trasferimento dei costi del Social Security.

Infine, gli USA: alcuni Stati - a partire dal Delaware - hanno adottato la politica di applicare tasse bassissime o inesistenti a chi apre società non residenti, che quindi non operano nel territorio. Cosa ci guadagnano? Migliaia di società che pagano comunque una "imposta di registro" annuale, garantendo così all'Amministrazione dello Stato entrate molto interessanti. Si arriva addirittura a tassazione zero, come nel caso del Wyoming - un territorio grande due volte l'Inghilterra con una popolazione inferiore a quella di Palermo - dove sostanzialmente non c'è tassazione sui redditi personali (income tax) e neanche tassazione sui redditi delle società (corporate state income tax). E infatti, con questa politica, sta attirando imprese importanti, che decidono di stabilire lì la propria sede e i propri impianti produttivi. Ma non è un caso isolato, anche il South Dakota non applica una corporate income tax, mentre Alaska, Florida, Nevada, South Dakota, Texas, Washington, Wyoming, a cui si aggiungeranno presto New Hampshire e Tennessee, hanno scelto di non applicare alcuna tassazione sui redditi personali, mantenendo invece la tassazione sugli investimenti e gli interessi.

Lo scenario insomma è complesso, richiede conoscenza, contatti, esperienza: la conoscenza delle norme vigenti nei vari Paesi, per poter dare al cliente le indicazioni più corrette; i contatti nei vari Paesi, per offrire assistenza tempestiva e informazioni aggiornate; esperienza, per sapere dove potrà manifestarsi un problema e avere la capacità di anticiparlo oppure di porvi rimedio.

Questa è l'attività di 1st Company Formation.


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